Articoli giornalistici DUE

ARTICOLI DUE

 ARTICOLI DI DOMENICO BISIO PUBBLICATI SUL MENSILE

L'INCHIOSTRO FRESCO  

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OTTOBRE 2018 

OTTOBRE: COMPLEANNO DI FRESONARA

Dei festeggiamenti attinenti al Compleanno di Fresonara ne abbiamo già parlato altre volte. Chi si ricorda sa che non c’è un tempo preciso dal quale far iniziare la vita del paese. Dunque si è partiti da una data fittizia: 1° ottobre 981. Quel giorno Ottone II, Re del Sacro Romano Impero, ribadisce ai monaci del Convento del S. Salvatore di Pavia il lascito testamentario della madre, la  regina Adelaide, della Curtis Frixionariae. Ma Fresonara, come testimoniano documentazioni precedenti, certamente esisteva già da lungo periodo. Il commemorare ufficialmente, da parte dell’Amministrazione Comunale, il genetliaco del paese, è merito di una felice intuizione degli alunni della locale Scuola Primaria. Così, dal 2001, tutti gli anni, il mese di ottobre è dedicato alle più svariate manifestazioni, sempre gratuite, per ricordare alla popolazione che anche Fresonara, nel suo piccolo, è entrata di diritto nella Storia con l’iniziale maiuscola. Nel 2018 si è iniziato con la Degustazione guidata del miele, a cura della Pro Loco, presso il Teatro Comunale alle ore 21:15 di sabato 13. Il giorno dopo, sempre organizzata dalla Pro Loco, la Festa d’autunno. Dalle 14:30, in Piazza Don Orione, caldarroste, farinata, frittelle. Non è mancato il giro sul cavallo per il battesimo della sella e l’esibizione di ballo country. Venerdì 19, alle ore 21:00, nella Chiesa Parrocchiale, sotto la direzione dell’Associazione Culturale Lo Scagno, tutto esaurito al grande Concerto in onore del M° Don Angelo Fasciolo, riconosciuto virtuoso organista in varie parti del mondo. Al violino Anais Drago e alla fisarmonica Roberto Bongianino. Un esperto astronomo, calcolando i movimenti degli astri, arrivò alla conclusione che la notte del 1° ottobre 981 ci fu un’eclissi di Luna. Fresonara, invece di nascondersi, si apre tutti gli anni alla riscoperta delle sue fondamenta.  

 

SETTEMBRE 2018

BUON COMPLEANNO,  TEATRO COMUNALE

L’8 settembre il Teatro Comunale di Fresonara compie 15 anni. Abbandonato e trasformato in discarica abusiva per 40 anni, il nuovo centro dello spettacolo fu inaugurato nello stesso giorno del 2013 alla presenza di numerose autorità civili e religiose. Commovente il discorso del Sindaco, che aveva lottato contro tutto e tutti per trasformare l’antica sede della dimenticata S.M.S. nella casa di chi vuole fare teatro, sia recitando sul palco, sia stando seduto in platea. Perché il teatro si fa con due componenti imprescindibili: gli artisti e il pubblico. Accompagnata al pianoforte dal M° Marina Perfumo, la famosa cantante lirica di origini fresonaresi Irene Cerboncini inaugurò la felice stagione delle rappresentazioni, che ogni anno vedono esibirsi in palcoscenico attori, cabarettisti, cantanti, musicisti, scrittori, poeti, conferenzieri e artisti delle più svariate discipline in spettacoli ed esibizioni di alto livello. Centottanta mesi durante i quali le porte del Comunale si sono aperte al pubblico 247 volte, alla media, quindi di una manifestazione ogni tre settimane. Sede fissa delle Compagnie Teatrali Il Carro di Tespi, Gruppo Teatro Scuola e A. Bottazzi, la bomboniera vanta un palco con due sipari, quinte armate girevoli, un fondale fisso ed uno scorrevole, tiri per i cieli, moderno impianto audio e una professionale consolle per comandare il piazzato luci degno di un teatro superiore. Dal camerino si raggiunge direttamente il palco sia da destra, sia da sinistra passando dietro al fondale. Creato soprattutto per le Compagnie dilettantistiche, la regia è posta lateralmente al palcoscenico, cosicché i tecnici sono a stretto contatto con gli attori. Cento posti a sedere, numerati, per favorire la prevendita. La piazza antistante è isola pedonale, il parcheggio a 20 metri. Nello stesso edificio bar-ristorante e di fronte la pizzeria per chi completa la serata con una cenetta tra amici. Probabilmente il Sindaco aveva ragione…    

 

LUGLIO 2018

 È AGOSTO, MA NON TUTTI SONO AL MARE

Agosto, sinonimo di ferie. Si possono trascorrere al mare, in montagna, ma anche nei nostri piccoli Comuni, dove non mancano le tradizionali feste religiose e le consuete sagre per il benessere dei trigliceridi e del colesterolo. Anche Fresonara si allinea alle attuali tendenze e propone appuntamenti per i fedeli della religione e per i devoti della pastasciutta. Mercoledì 15 agosto, ricorrenza dell’Assunzione della B.V.Maria, messa solenne alle ore 11:30. Poi, alla sera, tutti in piazza per il consueto Ferragosto Fresonarese, organizzato dall’Amministrazione Comunale, a base di squisiti piatti e vini prelibati. Per prenotare bisogna telefonare in Municipio. Ma la festa continua anche il giorno dopo, 16 agosto, per solennizzare uno dei tanti patroni del paese: San Rocco. Alle ore 21:00 Messa nella chiesetta dedicata al santo. Seguirà, in processione con la statua del protettore dalla peste, l’emozionante fiaccolata per le vie dei rioni.       

GIUGNO 2018 

IL MONUMENTO AI CADUTI

È ritornato al suo antico splendore il Monumento ai Caduti di Fresonara. Da anni aveva bisogno di un restauro conservativo, ma le scarse risorse delle casse comunali  facevano sempre rimandare le operazioni di pulizia. In aiuto dell’Amministrazione è intervenuta la Proloco, che a proprie spese ha fatto provvedere alla ripulitura totale del basamento, delle lapidi riportanti i nomi dei Caduti delle due guerre mondiali e dell’imponente aquila che dall’alto della colonna raccoglie sotto le sue possenti ali il ricordo di un sacrificio che i fresonaresi non vogliono dimenticare. Con la direzione dei lavori curati dall’architetto Rossana Gallinotti e dall’ingegnere Vincenzo Rosa si è provveduto a far tornare a risplendere gli antichi colori dei marmi e a far risaltare come una volta le iscrizioni in piombo fuso. Responsabile dei lavori Gianluca Fasciolo, Presidente della Proloco, i lavori sono stati dati in subappalto alla Ditta Regoli Restauri di Gavi Ligure. Il Monumento era stato eretto l’8 ottobre 1922. Domenica 17 giugno, festa patronale, al termine della processione della Madonna Nuova, l’Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco Massimo Bisio, deporrà una corona in onore dei martiri e dopo la benedizione impartita da Mons. Don Sandro Cazzulo, la Banda Musicale di Cassine eseguirà alcuni brani patriottici.  

 

MAGGIO 2018 

RICORDO DI GIORGIO DEIANA

I posti erano prenotati. Il mio in seconda fila sulla sinistra della navata e il suo subito dietro. Anche il nostro saluto dopo il cordiale sorriso era sul copione di tutte le Messe, alle quali lui partecipava con sentimento raro tra gli uomini. La curata mano esprimeva, nello stringere la mia, quel senso di sincera disponibilità che scaldava il mio cuore. Il suo era sempre rivolto agli altri, come quello del terzo uomo che scendeva da Gerico. Parco di parole, che a essere uomini giusti ne bastano poche e seguite dai fatti, giornale sotto il braccio, tornava a casa accerchiato dai figli e dai nipotini, verso i quali era il nonno ideale per  donare coccole. Il male incurabile l’ha trascinato via così come a Fresonara l’hanno preceduto molte altre persone della cui scomparsa continuiamo a chiederci il perché. Addio, Presidente Deiana, o forse… ciao Giorgio, come lo saluterebbe chi, al nostro giornale, sta cercando la forza di comprendere che anche gli amici più fedeli a volte se ne vanno per strade che non avevamo programmato insieme. I banchi della chiesa non sono come i numeri sulla maglia dei fuoriclasse. Non vengono ritirati e prima o poi qualcuno occuperà quel posto in terza fila. Del resto Dio non ne fa una questione di schieramenti. Rapisce l’uomo ma ci lascia la sua umanità. Ora, però, rimango io il solo custode del nostro segreto. Ma stia tranquillo, anche chi scrive non spreca parole e chi lo conosce nemmeno azzarderà velati ma inutili tentativi.    

 

MARZO 2018

LA VISITA PASTORALE

Fresonara si ferma. Dall’8 al 14 aprile tutti gli sguardi dei suoi abitanti saranno rivolti a S.E. Mons. Vittorio Viola, Vescovo di Tortona, Diocesi dalla quale la nostra Chiesa dipende insieme ad altre 313 parrocchie. Dopo le visite pastorali del 1992 e del 2000 svolte dai suoi predecessori, quest’anno tocca al nuovo vescovo incontrare i fedeli della comunità religiosa fresonarese. Già da diversi giorni fervono i preparativi, curati nei minimi particolari dal parroco, Don Sandro Cazzulo. L’agenda è ricca di appuntamenti e tutto deve svolgersi secondo orari ben definiti, visto che contemporaneamente Mons. Viola deve svolgere uguale missione anche a Silvano d’Orba. La partenza domenica 8 aprile, quando il vescovo, durante la Messa delle ore 11:30 impartirà la Cresima agli aspiranti soldati di Cristo. Seguirà nel pomeriggio la visita al Camposanto con benedizione dei defunti. Il giorno dopo, alle ore 20:30, Messa in San Rocco, dopo la quale il vescovo incontrerà i collaboratori della parrocchia e i genitori dei bambini che frequentano il Catechismo. Giusta pausa di assestamento, per poi ricominciare mercoledì 11 aprile con la pomeridiana visita ad anziani e ammalati, a cui seguirà l’appuntamento con le Aziende del territorio. Terminata quindi la Messa in San Glicerio, la giornata continuerà nell’incontro con le Autorità e le Associazioni. Venerdì 13 toccherà agli alunni della Scuola dell’Infanzia e della Scuola Primaria porgere il benvenuto al Pastore di anime, che certamente non mancherà di rivolgere parole di cristiano augurio ai piccoli studenti. Sabato 14 aprile la conclusione dell’intensa settimana avverrà nella Chiesa Parrocchiale alle ore 18, con la Messa celebrata da Mons. Vittorio Viola. Certamente la Visita Pastorale sarà un incontro gioioso per raccontarsi a vicenda le opere di Dio e rendergli grazie. Sarà l’occasione, per la comunità cristiana fresonarese, di verificare se si è messa in cammino operando il discernimento alla luce della Parola del Signore.

 

GENNAIO 2018

FERIE PER NON DIMENTICARE

Da molti anni, l’ultima settimana d’agosto, la meta prima dell’inizio del nuovo anno scolastico è una qualche località delle Dolomiti. Mia moglie pensa alle valigie ed io penso a non sbagliare strada anche quando il navigatore impazzisce e vorrebbe farmi andare a Canazei passando dall’Appennino Tosco-Emiliano. Si parte per dimenticare che le vacanze estive sono ormai agli sgoccioli e per ritardare l’ansia al pensiero che certamente qualche novità burocratica rovinerà del tutto il già fastidioso rapporto con il registro elettronico. Rasenta il paradisiaco camminare per ore sui tortuosi saliscendi dei sentieri che dalle cime delle incantevoli montagne portano all’albergo, dove, per una settimana, l’unica preoccupazione è arrivare in tempo nella sala da pranzo. Certo prima che gli antipasti del carrello finiscano tutti nei piatti di agguerriti commensali che per una cucchiaiata di insalata russa dribblano la fila come in uno slalom gigante. Premurosa compagna dei miei lunghi silenzi, mia moglie sa ascoltare i nostri cuori in quei paesaggi che sono sempre nuovi negli antichi ricordi vissuti insieme. Ma sulla Marmolada no. Su quelle bianche rocce vado da solo. Devo andare da solo. La Marmolada non è un monte. È un altare che grida il ricordo dell’eroico sacrificio. I suoi non sono sentieri. Sono i camminamenti sui quali hanno scricchiolato le marce suole di scarponi più adatti al passeggio che alla trincea. L’arrugginita scatoletta della carne conservata, la galleria scavata nella roccia, la decaduta garitta, persino il bottone ancora cucito ad un drappo del cappotto fanno lacrimare il sangue di quell’insensato olocausto, di quell’eccidio inutile di uomini usati come lacerti da offrire alla dea guerra. Furono eroi perché ebbero paura, perché non capirono il motivo, perché tentarono di disertare. Erano martiri perché venivano colpiti alle spalle dai loro stessi camerati se non uscivano di corsa dalle trincee. Rosicchiati dai topi mentre dormivano, consunti dal freddo, dalle maleodoranti latrine, dalle infezioni, eppure disposti all’attacco nonostante le cesoie che nemmeno scalfivano il filo spinato. Sul santuario della Marmolada si va per pregare che i corpi che ogni tanto affiorano dal ghiacciaio che si ritira abbiano una sepoltura e un lontano parente che deponga un fiore. Ci sono altri monti per sorridere, per scattare foto, per dimenticare che le vacanze sono quasi finite.

 

DICEMBRE 2017

UN NATALE DA 500 LIRE

Erano rimaste 500 lire. La moglie gliele diede perché andasse a comprare qualcosa da mangiare. Il freddo era pungente, quel 24 dicembre del 1958, e l’uomo, indossato un corto cappotto, sfiorava i muri delle case per ripararsi dall’aria gelida che arrossava il naso e gli orecchi. La neve entrava ad ogni passo nelle leggere scarpe estive, aumentando la tosse che gli torturava la gola da mesi. Da quando, nell’autunno precedente, aveva preso tutta quell’acqua nei quindici chilometri in bicicletta che separavano la fabbrica dalla sua abitazione. La notte la febbre era salita così alta che il mattino dopo non poté recarsi al lavoro. Il dottore ordinò sei giorni di riposo assoluto. Troppi per uno stagionale come lui! Il licenziamento fu immediato e ormai i soldi dell’ultimo stipendio si erano ridotti a quella carta stropicciata che teneva in tasca. Cosa poteva comprare con 500 lire per dire che anche a casa sua domani sarebbe stato Natale? Arrivò in Piazza Nuova. Nella casa ad angolo di Via Gualchi un bambino, dietro i vetri di una finestra con le tapparelle alzate, si divertiva a guardare le luci dell’abete addobbato che giocavano con lui ad accendersi e spegnersi con regolare intermittenza. La sua casa non aveva le tapparelle. E dalla finestra della cucina gli spifferi li aveva fermati impastando farina con acqua. Ma anche in casa sua c’era un bambino che aveva voglia di giocare con l’alberello di Natale che non c’era. Salì sulla corriera che stava passando in quel momento. Ritornò nello stesso punto da dove era partito che ormai era buio. Nella tasca dei pantaloni non ballava più un solo spicciolo per fare la spesa. Ma sotto il braccio, legato con un nastrino che stringeva i rami, un abete alto come quel bambino che lo aspettava a casa per sedersi sulle sue ginocchia. Perché il suo grembo, a Natale, era la platea per assistere in prima fila, alla “devota comedia” del Gelindo. Dodici personaggi, un solo attore: papà! Nell’altra mano la scatoletta delle trasparenti casette con la stessa lucina gialla della cucina. Sotto il cappotto, riparato dagli urti, un puntale degno di un figlio di re. Perché, con un papà così io ero davvero un principe. E la mia mamma una regina che con la farina avanzata, un goccio d’acqua e un pizzico di sale preparò per quel Natale, sulla piastra della stufa, la pagnottella più buona del mondo.

 

 NOVEMBRE 2017

LO SCAGNO DI FRESONARA

Quëj ‘d Fërsnèra i pëjo o scägn e iss sèto an tèra”, sentenziava l’antica facezia, convertendo il glorioso  popolo di Fresonara  ad una etnia di stupidi bacecchi.  Naturalmente i Fresonaresi sapevano rispondere, con frecciate altrettanto velenose, alle insinuazioni dei paesi circonvicini. E così tirava avanti quel mondo piccolo, tra la fatica dei campi, gli zoccoli ai piedi e l’allegra bevuta all’osteria davanti al piatto di trippa e dietro la bugia alla moglie. Le campane scandivano il tempo di alzarsi, mangiare, mettersi il vestito della festa, spegnere l’incendio, dare l’acqua alle viti e piangere l’amico spentosi sempre troppo presto. Ma le tradizioni spesso si fermano, mentre il tempo non mette freno al suo eterno cigolio. Per cui chi nasce dopo, non sa. Non sa perché non c’è più il nonno che racconta l’origine dell’origine. Anche lui è indaffarato a compilare il suo curriculum lavorativo on-line per ricevere la prima rata di una pensione che scivola sempre alla prossima finestra. Così nel 1999 germoglia a Fresonara l’Associazione Culturale Lo Scagno. Lo Scagno, come quello che usavano le donne per andare a lavare i panni alla roggia. Lo stesso che i bacecchi prendevano per sedersi in terra. Ma non c’era più tempo per sedersi. Bisognava correre per ritrovare l’Antica Storia prima che anche l’ultimo dei testimoni se la portasse in Paradiso. Viene ritrovato, dopo 120 anni di oblio, il manoscritto del Cav. Pietro Vernetti, che, dato alle stampe, svela nel titolo la volontà dell’Autore: Storia del Comune di Fresonara narrata al popolo. Rivedono la luce, nell’attualità dei nostri giorni, le dimenticate tradizioni, la cultura, le abitudini, le usanze abbandonate. Si apprende che il dialetto non è la parlata degli incolti, ma la variante di una lingua che discende direttamente dal latino. I calcoli astronomici rivelarono come la notte in cui Ottone II, Imperatore del Sacro Romano Impero, regalò Fresonara al Monastero del S. Salvatore, il cielo si fosse oscurato per un’eclisse di luna. Il computo della longitudine portò alla conclusione che quando in Italia per convenzione è mezzogiorno, a Fresonara sono le 11:34 e 44 secondi. Essere più giovani di 25 minuti e 16 secondi rispetto al resto della Nazione, dà lo stesso piacere del morbido maglione di lana. Si comprese che gli stringati ed incisivi proverbi svelavano spesso vicende storicamente accadute. Rimane il segreto della traduzione del gergale bacecchi. Ma i segreti sono tali perché li teniamo nascosti dentro di noi. Dunque qualcuno sa!   

     

   OTTOBRE 2017

IL CONCERTO PER IL COMPLEANNO DI FRESONARA

Maggio 2001. Gli alunni della Scuola Primaria, guidati dall’insegnante Elisabetta Siri, inviano una lettera al Sindaco, proponendo che fosse istituita ufficialmente una data in cui festeggiare il Compleanno di Fresonara. Giugno 2001. Il Sindaco Massimo Bisio riceve i bambini in Comune per discutere sulla questione. All’unanimità viene scelta la data del 1° Ottobre. I motivi sono storici. Le origini del paese si perdono nel tempo, però esiste un diploma,  datato Capua 1° Ottobre 981, nel quale Ottone II, Imperatore del Sacro Romano Impero, conferma la volontà della madre Adelaide di donare la curtis di Fresonara al monastero del S. Salvatore di Pavia. Unica condizione imposta dagli alunni: le manifestazioni, di qualsiasi genere siano, dovranno essere gratuite, affinché tutti i cittadini fresonaresi ne possano godere. Da quel giorno ben 70 appuntamenti culturali si sono susseguiti nei vari anni. Punto fisso il Concerto dedicato al compianto M° Don Angelo Fasciolo, che, organizzato anche quest’anno dall’Associazione Culturale Lo Scagno in collaborazione con il Comune, la Parrocchia e il M° Carlo Fortunato, raggiunge la 17ª edizione. Come sempre, anche per il prossimo  sabato 14 ottobre, la sede sarà la Chiesa Parrocchiale. Questa volta, ad esibirsi all’organo a partire dalle ore 21, il M° Mauro Faga, con musiche di Bach. Come vuole la tradizione, il concerto finirà comunque con Campane azzurre, la composizione del M° Don Fasciolo  che fa venire i brividi e un senso di sincera commozione ogni qualvolta la si ascolta. Prete musicista, o musicista prete? I fresonaresi non si pongono questo capzioso sofisma. Per loro Don Angelo era una folta chioma bianca che sventolava al vento del ciclomotore sul quale sfrecciava per le strade del pianeta alla ricerca di un organo da far vibrare con le mani e con i piedi per scatenare la sua cristiana spiritualità attraverso la musica. E di strumenti ne trovò in tutto il mondo, dall’America latina agli stati europei. Per poi tornare alla sua cara Fresonara, dove, con l’umiltà del servitore di Dio, si metteva a disposizione della parrocchia. Seguirà, domenica 15 ottobre in Piazza Don Orione, la Castagnata, organizzata dalla locale Proloco: caldarroste, farinata, giochi e attrazioni per tutte le età. A data ancora da decidere causa i lavori di ristrutturazione del Teatro Comunale, andrà in scena lo spettacolo Sei x sex = trentasex. Ad esibirsi la Compagnia Teatrale Il Carro di Tespi.        

          

  SETTEMBRE 2017

FRESONARA: TEMPI (COMICI) CHE NON RITORNANO

A vederla da fuori la si poteva scambiare per un’officina meccanica. Ma appena entrati si capiva subito, dal carrello porta utensili alla cinghia di trasmissione appesa al chiodo, che tutto faceva parte della scenografia di un teatro stabile. In quotidiana replica, di fronte al pubblico partecipante, Mario e Remo. Il primo carrozziere, il secondo meccanico. Affidare la propria automobile alle loro mani significava andare a piedi per almeno due mesi. Ai clienti, però, non interessavano i tempi di lavoro, ma i tempi comici dei due attori. Che potevano sbagliare la verniciatura o la messa a punto del motore, ma certo non fallivano l’attimo propizio per sparare pungenti frecciate sugli astanti rei di non pensarla come loro riguardo i piloti di Formula Uno, il motociclismo e soprattutto le donne. A turno spalla e comico, Mario e Remo non erano mai d’accordo su niente già di loro. Figurarsi con gli spettatori. Per cui, finito di insultarsi anticipatamente a vicenda, partivano a turno, secondo il consueto canovaccio, all’assalto di coloro che, presenti ai fatti, avevano l’ardire di parteggiare, nell’accaldata discussione, per l’altro. Le scommesse erano all’ordine del giorno e naturalmente Mario vinceva sempre, anche quando perdeva. Agli spettacoli potevano partecipare tutti, gratuitamente. Unico obbligo, rimanere rigorosamente  in piedi. Perché soltanto il Carlei aveva il diritto, per la veneranda età, di fruire della sedia vicino al ronfante siluro che, tra una fiammata e l’eterna puzza di nafta, era il mezzo di riscaldamento invernale per attori e platea. Ora Remo è andato in pensione e Mario continua da solo a battere lamiere contorte con il ferro a ciabatta. Ma tra un colpo e l’altro non c’è più il vociare dei contendenti, l’imprecazione, il sorriso sdentato del Carlei. Tra una martellata e l’altra c’è il silenzio dei social network. Che sono social, ma ognuno fa per conto suo e non ha nemmeno tempo di alzare lo sguardo per socializzare con chi ha di fianco. Buona parte di quell’antico pubblico è salito in cielo, e coloro che in quei periodi erano giovani, portano già da tempo abbondanti macchie di alopecia. Ma quando si ritrovano al bar, il discorso finisce sempre nel ricordo dell’officina-teatro, dove tutti hanno imparato qualcosa per diventare attori della propria vita.

 

AGOSTO 2017

TRAMONTI A FRESONARA

Fresonara: 143 metri di altitudine media. Troppi per essere sul mare, troppo pochi per essere in collina. Adagiata al confine ovest della Pianura Padana, il territorio ondulato varia dai 160 metri di San Glicerio, ai 120 metri dell’arcaica piana scavata dall’Orba e dal Lemme, quando i due fiumi, mescolando le loro acque alluvionali, correvano paralleli sino a Bosco Marengo. Lasciate dunque l’automobile in Piazza Don Orione un’ora prima del tramonto, e raggiungete Piazza Italia. A destra l’Oratorio di San Rocco vi inviterà a visitare la delicata statua della Madonna delle Grazie. A sinistra del Municipio la strada prosegue in direzione della Chiesa Parrocchiale. State viaggiando in leggera discesa, per cui la forza di gravità vi aiuterà nella deambulazione. Ecco: siete arrivati ad un piccolo slargo, dove Via Torino incrocia la Crosia, Vicolo Bisio, Vicolo Corti, Vicolo Toselli e a sinistra Via A. Manzoni, l’antica Bastëja, sede della guarnigione a difesa del medioevale castello. Avvicinatevi: ora siete davanti al maestoso gelso, promosso dalla Regione Piemonte quale Albero Monumentale. Il verde patriarca, 280 cm di circonferenza e 9,5 metri di altezza, è il più alto morione di tutta la Regione. Con la sua folta chioma che d’estate tocca terra, non disdegnerà certo di mettersi in posa per un selfie. Ritornate e proseguite guardando in alto. Il campanile che vedete è uno dei più maestosi della zona. Fratello di quello della Chiesa di Santa Croce a Bosco Marengo, tiene per sé il mistero dell’epigrafe incisa sotto l’orologio. Siete al bivio: scegliete alla vostra sinistra Via Discesa Prati. Da questo momento promettete solennemente a voi stessi di non  voltarvi più indietro e scendete. Alla prima curva, la strada spiana sino alla prossima svolta a destra. Contate 50 passi e adesso voltatevi. State sgranando gli occhi: normale! In altri posti lo spettacolo sarebbe stato a pagamento. Noi il Castello e la Chiesa Parrocchiale nelle tinte pastello del tramonto fresonarese ve li offriamo gratuitamente. Ma non fate foto. Godetevi il dipinto della natura e impressionatelo nella vostra retina, con i piedi nell’antico letto del Lemme e la mente nella poesia del solitario vespro. Ora ritornate. Arriverete al parcheggio giusto in tempo per una gustosa pizza prima di ripartire sotto le stelle.

LUGLIO 2017

L'ULTIMO DEI DIRETTORI DIDATTICI

Andò in pensione un secondo prima che lo Stato trasformasse i competenti Direttori Didattici in burocratici Dirigenti Scolastici. Era sua consuetudine terminare le riunioni del Collegio Docenti leggendo un capitolo di “vera” buona pedagogia, per ricordare ai maestri che il loro ruolo principale era quello di insegnanti, ma anche viceversa. Ancora supplente con tanti capelli in testa, ma poca esperienza, mi tenne per mano aiutandomi a capire che programma e programmazione non erano un gioco di parole, ma un modo diverso di concepire il mio ruolo in classe. Nel 1976 mi diede l’incarico di insegnare nella Scuola serale per adulti a Basaluzzo. Io ero il maestro, ma gli alunni erano più anziani di me. Al termine delle lezioni facevano a gara per pagarmi il caffè al bar. Non era un lavoro, era un divertimento. Nel 1985 mi nominò fiduciario del plesso di Fresonara. Un giorno chiesi udienza nel suo ufficio. Delle malelingue avevano fatto circolare la voce che io e la maestra Elisabetta (che poi sarebbe diventata mia moglie), ci baciavamo in aula. Ed io volevo giurare che non era vero. Mi guardò con quel sorriso che aveva solo lui. Poi mi chiese se io volessi davvero bene alla maestra.  Risposi di sì. Allora - sentenziò - continui a baciarla tranquillamente. Giovanni Daglio era Direttore Didattico del 2° Circolo di Novi Ligure, ma il passo e il taglio del viso erano quelli degli uomini forti della Val Borbera. Sotto la giacca la perenne dolcevita bianca. Dall’anno in cui creai il Gruppo Teatro Scuola non mancò ad una sola rappresentazione. Salire sul palco per ringraziare insegnanti ed alunni non era una formalità. Lo spettacolo non era concepibile senza il suo intervento finale. E la sua commozione al termine della fiaba Il Bosco dei rossi capelli contagiò tutti i presenti. Ricoverato all'ospedale di Novi, ha aspettato che finisse l’anno scolastico come quando era in servizio, poi ha deciso di chiudere per sempre il registro della vita. La sua programmazione di uomo benvoluto e ricordato da tutti coloro che l’hanno conosciuto era giunta al termine. Fu il primo a sapere che io e la maestra Elisabetta ci amavamo.

GIUGNO 2017

LIBRETTO DELLE VACANZE

Qualche settimana, poi, l’Italia, unita dal sacro vincolo delle ferie, si lancerà verso le vacanze intelligenti. Tutti lo stesso giorno, tutti la stessa ora. Così, l’estenuante coda sarà trasmessa dai notiziari, durante i quali avviseranno delle partenze da bollino rosso quando ormai l’Italia (unita) avrà intasato ogni centimetro delle chilometriche arterie stradali. Ma a soffrirne saranno soprattutto le arterie degli automobilisti, con relativa famiglia al seguito nelle identiche condizioni di stress. L’equazione spiaggia = sacrosanto riposo sarebbe già risolta in se stessa, se non fosse per l’incognita. Che così si chiama appunto perché è una grandezza non nota del problema, la cui determinazione è la soluzione del problema stesso. Perché se per la mami è chiaro che i due quintali tra giocattoli, asciugamani, costumi, creme, canotto gonfiabile con attinenti remi e oggettistica varia saranno compito giornaliero di papi trasportarli giù per i 300 metri di dirupo tra l’altitudine sul livello del mare dell’albergo e il mare stesso, è pur limpido che quando la puzzetta del più piccolo invaderà la spiaggia, sarà compito della mami riportare il sederino a condizioni di miglior igiene. Ma quando lei, sdraiata al sole delle 14:30 decide che se entro due minuti non metterà tra le labbra il fresco gusto al limone del ghiacciolo morirà, e lui, all’ombra della settimana enigmistica si sta eccitando alla risposta della 14 verticale di Bartezzaghi, due lettere, che da 45 minuti non ci sta nelle caselle, ecco spuntare le incognite. Chi immolerà i propri piedi alla causa della sabbia infuocata per raggiungere il gazebo sei stabilimenti più in là a comprare il ghiacciolo? E chi avrà il coraggio di dire a papi che la 14 verticale: “la metà di otto” non è quattro, ma “ot”? Siamo al secondo giorno e lei il calore del fuoco, oltre che disegnato sulla schiena, l’avrà nella sua dolce sensibilità, rimasta turbata dall’indifferenza del marito a salvarla da sicura disidratazione. E lui riparerà all’affronto di Bartezzaghi unendo i punti da 1 a 37. Che a dir la verità ce l’ha fatta, ma non ha capito cosa è venuto fuori. Ciò sarebbe niente, se non fosse per il libretto delle vacanze del figlio di quarta. Il quale non sa trovare l’area del rombo. La mami, più che altro incline alla poesia, lo manda da papi. E papi, che di area conosce soltanto quella dove se si tocca la palla con le mani è rigore, risponde che è un’incognita. Come si fa a sapere chi farà fallo se il mercato calciatori non è ancora finito? E si butta nell’enigmistica. Decide di colorare gli spazi col puntino, ma la biro si è scaricata. Accidenti che vacanze! Ancora 12 giorni di questo inferno e poi finalmente la coda dei rientri.

    

MAGGIO 2017

ADDIO ALLA SCUOLA

Siamo Paolo e Francesca, i due alunni della classe quinta primaria della scuola di Fresonara.

Abbiamo trascorso cinque anni fantastici e indimenticabili con i nostri compagni delle altre classi e con i nostri insegnanti, tra i quali il maestro Domenico Bisio, che avrà sempre un posto speciale nel nostro cuore. Tra pochi giorni la nostra avventura “elementare” finirà e inizierà un nuovo ciclo di studi con altri compagni e insegnanti. Rimarrà sempre nel nostro cuore il ricordo di questa scuola.

Paolo e Francesca

SCUOLA PRIMARIA "DE AMICIS" FRESONARA

L'edificio è stato costruito probabilmente nel 1914. Durante la 2ª guerra mondiale, requisito dalle armate tedesche, funzionava da caserma per la truppa. A pianta rettangolare, circa 22 m x 11 m, l'edificio si erge su due piani. Ristrutturato internamente ed esternamente negli ultimi anni, presenta al pian terreno la mensa, la piccola palestra e la Scuola dell'Infanzia. Al primo piano si trovano le aule delle due pluriclassi della Primaria, l'aula multimediale e i servizi. Sul lato nord funziona l'ascensore per l'eventuale presenza di alunni disabili. La bella facciata è stata dipinta dal noto pittore e scultore fresonarese Sawatey Tra le attività collegate al P.O.F. è certamente da rimarcare il laboratorio teatrale Gruppo Teatro Scuola, nato nel 1984. Esso vede impegnati, durante l'anno scolastico, tutti gli alunni in rappresentazioni di testi teatrali per bambini, ombre cinesi, balletti, coreografie, spettacoli di vario genere. Il G.T.S. dispone di impianti audiovideo, luci, scenografie, costumi in proprio. Gli incassi sono devoluti in beneficenza o impiegati per l'acquisto di materiale didattico, libri, materiale di scena. L’attività ha lo scopo di educare gli alunni a prendere coscienza di sé, del rapporto con gli altri, appropriarsi degli strumenti culturali per essere protagonisti creativi e modificatori della realtà, sperimentare pluralità di linguaggi, inserire alunni portatori di handicap o con difficoltà di apprendimento, per creare l'occasione affinché le loro capacità di espressione e comunicazione superino la suddivisione del sapere in materie. Ad oggi il totale delle rappresentazioni, attraverso le 27 pièces messe in scena, è arrivato a 119. Su proposta degli alunni, l'Amministrazione Comunale istituisce ufficialmente, dall'autunno del 2001, i festeggiamenti annuali per il COMPLEANNO DI FRESONARA. Non potendo risalire al giorno esatto della nascita del paese, gli scolari hanno proposto la data del 1° Ottobre, che è stata accettata dal Sindaco. La motivazione risale al fatto che nello stesso giorno del 981, in un Diploma firmato da Ottone II, l'Imperatore del Sacro Romano Impero riconferma la volontà da parte della madre Adelaide, di voler donare, alla propria morte, la Curtis di Frisinaria al Monastero del SS. Salvatore di Pavia.

APRILE 2017

PORTAVAMO I PANTALONI A ZAMPA D’ELEFANTE

L’ironia non mancava mai. Del resto la salute e la gioventù ci permettevano di ridere tutto il giorno di noi stessi e specialmente degli altri. Ma soprattutto avevamo sempre fame. Non che a casa digiunassimo, ma era impossibile far venire l’ora di andare a letto senza mettere sotto i denti una pizza o un piatto di spaghetti. Meglio se alla carbonara. Meglio ancora se a prepararli con i dovuti crismi dell’alta cucina era Italo. Aiutante all’assaggio Lerry. La pancetta, tagliata a dadini, senza l’aggiunta d’olio, si lasciava sul fuoco fino a quando il grasso diventava trasparente e leggermente croccante. Al millesimo di secondo lo chef la versava nelle uova, sbattute con la frusta per un determinato numero di colpi, né uno in più né uno in meno. Gli spaghetti, introdotti in quantità industriale dentro la pentola, dovevano per forza cadere in acqua senza rompersi. Spaccarne a metà uno solo voleva dire subire vergognosi insulti. Quale sommelier Carlo, l’unico al quale Italo permetteva di scegliere il vino accompagnatore.  Tranne quella volta che Marietto decise di aprire una bottiglia di quello buono che aveva portato da casa. È strano pensare che da una bottiglia da litro di vino fermentato, allo scoppio del tappo ne escano 14 ettolitri. E che questi 14 ettolitri abbiano la potenza di arrivare a formare un mare al contrario sul soffitto. La volta dell’antica stanza, rigorosamente a padiglione, grondava liquido rosso che cadeva a pioggia sugli astanti esterrefatti, sul tavolo, nella pentola e soprattutto nelle tasche della giacca di Carlo. Il delicato, bianco maglioncino di cotone di Marietto si tinse d’un colpo dei colori della bandiera svizzera. Italo, nell’incertezza se ucciderlo subito e gridare dopo o viceversa, vide i suoi folti capelli neri trasformarsi nelle maglie del Milan, mentre Lerry, passato lo smarrimento, per non sprecare quell’abbondanza, ne gustava la qualità bevendo direttamente dai piatti. Maurizio, mentre cercava riparo sotto il piccolo sofà, contava quanto gli sarebbe costato, il giorno dopo, l’imbianchino per riportare i muri alla tinta originale. Sono 40 anni che rido di quella vicenda, della quale, se non fossi stato testimone diretto, non avrei creduto ad una sola parola di quanto scritto. Erano gli anni ’70. Quando l’orologio non aveva le lancette ed il tempo era quello che passava nell’intervallo tra una spaghettata e l’altra, rigorosamente tutte le sere, non prima delle due di notte. A quell’ora l’unico locale sempre aperto era LA CONIGLIERA, la stessa stanza che i nonni di Maurizio, quando erano presenti, chiamavano cucina. Nel Rione Piazza Vecchia, del quale l’indimenticabile Tagnin aveva il compito, quale Segretario decretato dallo Statuto, di chiudere i cancelli durante la notte. 

MARZO 2017

IL CARRO DI TESPI AL TEATRO GIACOMETTI

Data: sabato 8 aprile. Luogo: Teatro Giacometti di Novi Ligure. Sulla scena, in prima assoluta, per la nuova stagione di TEALTRO organizzata dalla Città di Novi Ligure, la nuova pièce della Compagnia Teatrale Il Carro di Tespi. Scritta e diretta da Domenico Bisio, con le scenografie e i costumi di Elisabetta Siri, l’opera è eloquente già dal titolo: SEI X SEX = TRENTASEX. Sei, perché tale è il numero degli attori impegnati, sex perché si parla di sesso e trentasex perché 36 è un numero triangolare, e quando si parla di rapporti passionali, il triangolo va… considerato. Sei attori, dunque, impegnati a dimostrare che l’apparenza inganna. Specialmente quando le vicende in cui sono protagonisti insieme al pubblico hanno come tema il sesso. In un susseguirsi di situazioni dove l’interprete principale potrebbe essere ciascuno di noi, il rapporto con l’eros cela sempre verità nascoste persino a chi ne è proprietario. Spesso, di fronte a noi stessi e agli altri, è più facile accettare stereotipi già pronti, piuttosto che riflettere con onestà. L’ironia e l’umorismo che da sempre contraddistinguono le pièces de Il Carro di Tespi, porteranno lo spettatore a rivelare alla propria moralità il rapporto segreto con il sesso, a rivedere e mettere alla berlina gli intimi concetti su cosa sia lecito in amore e cosa sia immorale. Così, al termine dello spettacolo, gli attori inviteranno il pubblico ad uscire dalla porta d’ingresso… dei loro cattivi pensieri. Sul palco Davide Bergaglio, Nuccia Fulco, Gerry Melucci, Pinuccia Oddone, Antonella Ricci, Daniela Rocchetta. La Compagnia Teatrale Il Carro di Tespi nasce a Fresonara nel 2008, dall’intuizione del regista Domenico Bisio di dover differenziare le opere teatrali di impronta dialettale delle Compagnie A. Bottazzi e Ra Vigna ar Gèri, da lui già dirette, dalle rappresentazioni in lingua italiana. Nasce così il primo spettacolo: Processo alla Strega. Seguono, con altrettanto consenso di pubblico, le commedie Il testamento del ciabattino e Florville la lancia di Catrion, presentato, quest’ultimo, in occasione della manifestazione TEALTRO 2011. Nella stagione 2012-2013 la Compagnia propone Amor ch'a nullo amato amar perdona, pièce portata a TEALTRO 2012. Per il 2014-2016 fu approntata l’esilarante commedia La sposa e la cavalla. La stagione 2016-2017 si apre con Sei x sex = trentasex. Fanno parte del Carro di Tespi attrici ed attori provenienti da Scuole di Teatro, con alle spalle importanti esperienze. Le scenografie, create da Elisabetta Siri, sono realizzate nell’ATELIER di scenotecnica di Elio Sanzogni, professionista che collabora con i più importanti teatri italiani.

FEBBRAIO 2017

MA CHE MUSICA MAESTRO!

Undici aprile 1858. Si costituisce, nelle ore pomeridiane, nel locale allora adiacente alla scuola elementare maschile sita in una delle camere al piano terreno dell’attuale casa che porta il numero civico 24 in via Maestra, la Società Filarmonica di Fresonara. Promossa, patrocinata e diretta dal suo nascere sino al 1871 dal Cav. Vernetti Pietro, ha lo scopo di istruire, educare ed ingentilire la crescente generazione. Il corpo musicale si compone di 25 suonatori oltre il maestro ed il Presidente. La scuola si apre regolarmente il 10 maggio successivo, con buon profitto e con decoro del paese, in modo che, dopo pochi anni la filarmonica gode fama per abilità di esecuzione e per disciplinato contegno e viene richiesta da tutti i circonvicini paesi, riportando dovunque elogi scritti dalle autorità comunali e pubbliche manifestazioni d’accoglienza e di gradimento dalle popolazioni. È suo primo maestro Sanquirico Giuseppe, di Bosco Marengo, che dura in carica per circa 15 anni e disimpegna il non facile e paziente compito con lode. Ogni anno la Società solennizza la festa della Patrona Santa Cecilia, protettrice dei musici. Nella ricorrenza del primo decennio di sua fondazione esegue a piena orchestra una stupenda Messa appositamente composta dall’avvocato Carlo Manfredi, boschese, distinto contrappuntista e valente violinista, che gentilmente dona la partitura sia vocale, sia strumentale. L’esecuzione riesce di graditissimo effetto come hanno testimoniato forestieri intelligenti. La Società Filarmonica non solo cura lo studio della musica sacra, ma esegue marce brillanti ballabili, per cui è continuamente ricercata sia per solennizzare sacre funzioni, sia per rendere più liete e gaie le cittadine feste di quei paesi. La Società, quando esce in corpo, indossa l’uniforme della Guardia Nazionale e sul berretto la lira, simbolo dei musici. È sempre preceduta dalla sua tricolore bandiera riportante la scritta: Società Filarmonica di Fresonara 1858. Nella sera del 19 maggio 1859, trovandosi in Fresonara accampato il 2° Reg.to dei Volteggiatori della Guardia Imperiale di Napoleone III, esegue una serenata al Comandante. Poi dà pubblico concerto sulla piazza che allora era nelle Corti presso la Crosia. Il Colonnello offre sigari, dolci e bibite ai musicanti, esternando i sensi di ringraziamento per così squisita improvvisata goduta in un piccolo paese. Chi l’avrebbe pronosticato… Dopo pochi giorni quel reggimento viene decimato nella battaglia di Magenta, combattuta per la libertà, l’unità e l’indipendenza Italiana. Serbiamone a quei prodi sentimenti di riconoscenza.

Bello riscrivere al presente le antiche parole che  il cav. Pietro Vernetti incise il 7 febbraio 1893 nel suo libro: Storia del Comune di Fresonara narrata al Popolo. Ed io ho tenuto fede alla sua volontà:  ve lo raccontata.

DICEMBRE 2016

I REGALI DI GESÙ BAMBINO

Domenica 25 dicembre. Nasce Gesù. Però i regali li porta Babbo Natale. Che a detta  di una bambina ha pure la moglie: si chiama Mamma Natalina. Se non fossi andato in supplenza per un giorno a Basaluzzo dopo 40 anni di insegnamento, mi sarei gettato dalla finestra del prossimo prepensionamento convinto che l’autista delle renne fosse scapolo. Strano che mio padre non me l’abbia mai detto. O forse non lo sapeva  nemmeno lui. Comunque, in casa nostra la notizia non avrebbe interessato nessuno. Perché a me e a mio fratello i regali li portava Gesù Bambino. E per salvaguardare  la sua incolumità secondo  le norme sulla sicurezza di quei tempi, gli lasciavamo a disposizione un fiammifero e una candela che regolarmente  usava per non inciampare nei pacchi. Oggi per accendere una candela ci vuole  a fianco un estintore e un piano d’evacuazione firmato da RSL, RSPP, ASPP. Ma peggio ancora sarebbe se quelli della protezione animali venissero a sapere che la notte tra il 5 e 6 gennaio preparavo tre mucchi di fieno e tre vaschette d’acqua per i cammelli dei Re Magi. Loro  portavano la seconda  mandata di regali ed io in cambio rifocillavo le loro cavalcature. Chissà quante scartoffie bisognerebbe firmare oggi per dare maggengo padano a cammelli persiani, ma a quei tempi gli animali del presepio evitavano la burocrazia e al mattino quel che rimaneva del mucchio e la generosità dei Magi dimostravano che avevano gradito. Del resto i tre Re avevano un conto di gratitudine da saldare nei miei confronti. Quando infatti un loro carro precipitò nella roggia, fu mio nonno che nella notte li aiutò con i suoi buoi a risalire sulla strada. Ma questa è una storia che la bambina di Basaluzzo non conosce. Alla prossima occasione da supplente gliela racconterò. Se poi fosse addirittura proibito dare fieno della madre patria ad artiodattili stranieri, spiegatemi perché io italiano devo mangiare noci cilene, arance egiziane, mandarini spagnoli e cioccolato africano, nemmeno svizzero. La frutta e i dolci che mi regalavano i Re Magi erano tutta buona roba italiana. Compreso il carbone, che anche nel giorno di festa mi ricordava che comunque certe monellerie in casa non erano gradite. Io di babbo conoscevo solo il mio papà, la cui moglie, mia mamma, ha un nome molto più bello di quello della consorte del rosso e panciuto corriere. E poi mio papà era un mago: conosceva i miei desideri prima ancora che io li confidassi su lettera a Gesù Bambino. Ed era certamente lui che gli diceva in quale negozio fare acquisti, perché il regalo era sempre esattamente quello che avevo agognato con gli occhi appiccicati alla vetrina. Poi Gesù mi ha portato anche mia moglie, ma questa è una favola da grandi.

NOVEMBRE 2016

L’EPIGRAFE MISTERIOSA

Negli anni in cui a Bosco Marengo si sta innalzando la chiesa di Santa Croce, i Trotti, Signori di Fresonara, si rivolgono agli architetti di Papa Pio V per avere un progetto atto a  costruire un campanile consono alla futura chiesa parrocchiale. Il risultato fu una gradevole torre campanaria alta 28 metri che ancora oggi è tra le più armoniose rispetto a quelle che spiccano nei paesi del circondario. Eravamo a metà del 1500 e storicamente è provato che il Vescovo di Alessandria Guarnerio Trotti di Fresonara, eletto alla carica dallo stesso Pio V, posasse la prima pietra del campanile nell’anno 1573. Sul lato sud della torre spicca in evidenza la cornice dell’orologio, sotto il quale una misteriosa epigrafe scritta in latino, datata 1678, da sempre  mette in difficoltà coloro che si cimentano a cercare di tradurla in italiano. Già negli anni ’80 ci furono diversi tentativi da parte di esperti, atti a decifrare l’enigmatica iscrizione. Le conclusioni divergevano tra loro in diversi punti. Tutte però collimavano sul fatto che fosse stata la comunità fresonarese ad aver voluto innalzare la torre salvata con l’aiuto della Divina Provvidenza e si procurasse di sostenerla con elemosine triennali. Nel 1991, la domenica del 6 ottobre, durante la S. Messa si rifesteggia l’inaugurazione della torre campanaria dopo i lavori di restauro operati dal compianto pittore e scultore fresonarese Sawatey. Nell’occasione, padre Felice Busseti, domenicano del Convento di Varazze, illustra ai fedeli la sua personale interpretazione dell’epigrafe, mettendo in risalto il fatto che secondo lui la torre non fu costruita dalla comunità fresonarese, la quale, comunque, si impegnava, come sappiamo già, a rafforzarne la struttura con elemosine triennali. L’ultima versione in italiano dell’arcana scritta latina risale al 2003, formulata dal dott. Luigi De Luca, laureato in chimica all’Università di Pavia e Master in Latino all’Università del Maryland. Suona così: ”Per opera della Divina Provvidenza non (del tutto) distrutta, questa torre sacra, eretta a memoria perpetua del Signore, e che la comunità di Fresonara restituì alla Chiesa nella sua vecchia struttura, con elemosine triennali in occasione della Pasqua (la stessa comunità) rinforza nell’anno 1678 dal parto della Vergine)”. Quel che storicamente è certo è che l’antica torre di guardia del fortilizio distrutto nel 1404 da Facino Cane, non fu del tutto eguagliata al suolo, e su quel che restava la famiglia  Boidi-Trotti fece innalzare l’attuale campanile. Che Fresonara avesse avuto bisogno di denaro per pagare i lavori, lo afferma anche un noto proverbio locale, rimarcando come la comunità avesse dovuto vendere alcune terre al confine con Bosco per saldare i debiti.

OTTOBRE 2016

FRESONARA: QUANDO LA FESTA ERA SAN GLICERIO

Da moltissimi anni le due festività religiose principali di Fresonara cadono la terza domenica di giugno (Madonna delle Grazie, per i fresonaresi Madonna Nuova) e l’8 settembre (Natività di Maria Vergine, a cui è dedicata la Chiesa Parrocchiale). Ma nel 1800 e sino all’inizio del secolo successivo la solennità  più importante era il 10 maggio, giorno di San Glicerio. Da una ricerca di Simone Fortunato ricaviamo quanto segue. La piccola Cappella di San Glicerio è situata a circa 400 metri dall’uscita di Fresonara, sulla destra della provinciale che porta a Novi. Nel XVII secolo, l’area dove fu costruita la chiesetta era di proprietà del nobile casato del Grillo. Formata da una sola navata, dietro il muro dell’altare c’è una camera che serve sia da sacrestia, sia per il coro. C’è anche un’altra  piccola stanza con un camino. La cappella, con l’altare rivolto verso est, sopra il quale c’è la nicchia che custodisce la statuetta di San Glicerio, misura circa 50 mq. Ancora più in alto, appeso al muro, c’è il crocefisso. La porta d’entrata, in origine, era posta ad ovest, riparata da un porticato dove spesso andava a nascondersi gente di malaffare. Così, nel 1822 fu distrutto e la porta d’ingresso fu aperta sulla facciata dov’è ora. Nel 1859 in San Glicerio si accampò, per alcuni giorni, la Guardia di Napoleone III, imperatore dei Francesi. A tal proposito, il Vernetti, nella sua Storia del Comune di Fresonara, racconta che “nella sera del 19 maggio 1859 trovandosi in Fresonara accampato il 2° Reg.to dei Volteggiatori della Guardia Imperiale di Napoleone III, la Filarmonica eseguì una serenata al Comandante il Reg.to”. Nel 1874 vennero rifatti e intonacati i muri e per dare valore e bellezza alla Cappella furono decorati gli affreschi, tra i quali quello di San Glicerio sulla facciata esterna. Dal 1980 nella chiesetta è custodita anche una statua della Madonna del Rosario. Nel periodo estivo, da maggio a settembre, ogni mese vi si celebra la S. Messa. La Cappella non ha alcun reddito se non l’elemosina dei fedeli. Nel terremoto del 2003 il tempio fu seriamente danneggiato e lo Stato stanziò 31.369,50 € per la restaurazione. Chi era San Glicerio? Nel Martirologio Geronimiano questo nome ritorna più volte sotto forme diverse, ma si tratta di un martire di Antiochia. Glicerio va messo anche in relazione con la notizia del Martirologio Siriaco del IV secolo che commemora a Nicomedia un Glicerio non più prete, ma solo diacono. La difficoltà appare più grave quando in questa stessa ultima fonte compare, con i due compagni Sosistrato ed Esperio, un martire omonimo morto annegato ad Antiochia durante una persecuzione precedente a quella di Diocleziano. Grazie all’appoggio indiretto del Geronimiano si sarebbe tentati di pensare che la località di Antiochia si adatti solo a Sosistrato e ad Esperio, mentre il nome di Glicerio altro non sia che una corruzione di Gliceria, martire di Eraclea. In conclusione si può ammettere che Glicerio fosse un autentico martire di Antiochia del quale non si sapeva niente, o quasi, il cui culto si era esteso fino a Nicomedia, dove l’autore della passione di Indes e Domna  martiri,  l’ha introdotto nella storia delle due eroine.

LUGLIO 2016

DUE PASSI SULLE ANTICHE ORME

Anche Fresonara ha una sua Storia, e passeggiando intorno al perimetro del paese possiamo intravvedere vestigia di altri tempi che qua e là risvegliano la nostra attenzione. Il 12 giugno scorso, organizzata dal Gruppo FAI I fiumi della bassa valle, si è svolta una camminata alla riscoperta del Bedale, dei Quarti, della Via Emilia. Della roggia di Pio V ne abbiamo menzione sin dal 1587, quando i Boschesi la scavarono dedicandola al Papa, per altro morto già 15 anni prima. Ma altri canali per l’irrigazione attraversavano la nostra campagna a partire certamente dal 1200. Poco più avanti, i Quarti ci raccontano vicende risalenti all’Impero Romano. Antica colonia, al suo interno si svolse una vita legata all’agricoltura e alle armi. A mano a mano che i Romani conquistavano territori, avevano necessità di creare fortificazioni per mantenerne il dominio e importare mano d’opera da impiegare nelle campagne. A poche centinaia di metri scorreva la Via Emilia, strada consolare che univa la Francia a Roma. Il traffico delle merci era intenso ed anche allora c’era bisogno della polizia stradale per il controllo dei carri. Dal basso della Valletta  salta subito agli occhi come fosse difficile risalire a piedi i rivoni di protezione e conquistare il nostro castello. Ce la fece comunque Facino Cane nel 1404, che lo distrusse radendo al suolo tutta Fresonara. Il palazzo rosa che vediamo oggi è il frutto di ristrutturazioni fatte eseguire dalle nobili famiglie che dopo quel tragico evento abitarono l’antica dimora. La nostra Chiesa Parrocchiale, concepita all’inizio come semplice cappella all’interno delle mura del fortilizio, era circondata dal fossato (testimoniato ancora oggi) che passava a lato della canonica, adibita a caserma della guarnigione. Ma anche molte case disabitate riportano alla luce, sotto l’intonaco caduto, la remota arte di costruire abitazioni con la terra e con i pietroni dell’Orba. In Piazza Italia, ex-cortile della casa rustica dalla quale è stato ricavato, nel 1860, il Palazzo Comunale, la chiesetta di San Rocco rievoca la peste dei Promessi Sposi, la stessa che aveva colpito nel 1600 anche Fresonara. Gli attuali giardinetti pubblici erano, nel 1871,  l’antico cimitero. Verso Basaluzzo la Cappella di San Glicerio ci riporta al XVII secolo. Detto che gli spogliatoi del Circolo Tennis erano, sino al 1947, i locali della Stazione Ferroviaria, svoltiamo in Via Cavour per trovarci, in fondo, di fronte all’arco i cui mattoni incisi ci ricordano che all’interno abitavano, nel 1703, i nobili e ricchi Fratelli Parodi.

GIUGNO 2016

LA TREBBIA NELLA SCATOLA

Di vero ci voleva un trattore di plastica. Il resto lo faceva la fantasia. La scatola delle scarpe di mia mamma era la trebbia e quella dei miei sandali l’imballatore. Indispensabili erano poi i botti dell’Orsi a testa calda e gli sfrigolii tra le cadenze calcolate del menelich: un mix elaborato in sincrono dalle mie corde vocali, compreso l’urlo della sirena. La trebbia non cominciava mai il suo polveroso lavoro senza avvisare  del pericolo in agguato. Io ero l’interprete assoluto di tutti i personaggi in scena, dal trattorista a chi inforcava i covoni, dal caricatore dei sacchi di grano al trasportatore sulla cascina delle balle di paglia. Non avevo bisogno di un regista. Tanto meno di uno sceneggiatore. Conoscevo gesti e copioni a memoria: le battute ridicole, i richiami, le imprecazioni. Arrivare per primo al banco dei faramigni voleva dire guadagnarsi in un giorno la paghetta di una settimana. Da solo, a 10 anni, riuscivo a soddisfare in abbondanza le esigenze di chi lavorava alle forchette dell’imballatore. Mi ero creato una fama. La mia presenza era diventata abituale per i cascinali, presso i quali avevo acquisito il diritto alla colazione come i grandi, al bicchiere d’acqua e limone ogni due ore e alla pausa merenda. Ma io non avevo tempo per la merenda. In quei quindici minuti in cui le giovani campagnole si lasciavano sorridere dai baldi garzoni, avevo da fare. Costruire un robusto raffio a quattro rampini di doppio fil di ferro intrecciato, richiedeva abilità e competenza. I miei gräfi erano i più  affidabili di tutto il vicolo. Prima o poi a qualche vicina sarebbe caduto il secchio nel pozzo ed io non potevo perdere l’occasione di rendermi utile. Il rotolino del faramëi avanzato,  scivolando nella tasca dei calzoncini, non andava certo sprecato. A casa mi sarebbe servito per agganciare il trattore alle scatole delle scarpe… cioè alla trebbia e all’imballatore. Che la mia macchina per battere era anche meglio di quella vera. Andava a fantasia, che ad un bambino della Bastëja non mancava mai. Come l’urlo della sirena, perché la trebbia nelle mie scatole non cominciava il suo lavoro senza avvisare che la mia immaginazione si stava mettendo in moto.

 

MAGGIO 2016      

A RETORTO UNA LETTERA CHE SA DI STORIA

Qualche mese addietro, il Gruppo FAI Fiumi della Bassa Valle fece approfondite ricerche storiche riguardanti Retorto, antico e oggi quasi disabitato borgo agricolo sotto il Comune di Predosa. La sua storia finisce, dimenticata, praticamente agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, ma ci fu un periodo in cui l’importanza del Feudo di Retorto influenzò la vita sociale e politica dei nostri posti. Dal primo documento del 937 dove si evince che Re Ugo d’Italia lo assegna in dote alla moglie Berta, al 1164 quando diventa proprietà del Marchese del Monferrato, per mutare, nel 1463, a possedimento della famiglia Dal Pozzo e rimanendo tale, attraverso alterne vicende, sino al 1918. Fin qui le notizie storiche tratte  da documenti facilmente reperibili. Non tutti sanno, però, del rapporto tra i Signori di Retorto con San Paolo della Croce. Così Padre Max Anselmi, che del fondatore dell’Istituto Missionario dei Passionisti conosce vita e miracoli, ci ha fatto dono di copia di una preziosa lettera che il Santo inviò nel 1721 ai Dal Pozzo per accordarsi su un triduo di preghiere, prediche, meditazioni sulla Passione e processioni di penitenza in preparazione della Comunione Pasquale. Nato ad Ovada nel 1694, dopo una vita movimentata fatta di lavoro e commercio che lo portò a Genova, Parma, Piacenza, Crema, Alba, e forse anche in Siria ad Aleppo, Paolo arrivò a Castellazzo nel 1717 dalla sua famiglia che lì aveva preso residenza un anno prima. Il 22 novembre 1720,  rivestito di un abito di penitenza e lutto in memoria della Passione dal vescovo di Alessandria Francesco Maria Arborio di Gattinara, suo padre spirituale, scalzo e a capo scoperto, si ritirò in un'angusta cella della chiesa di San Carlo. Qui trascorse 40 giorni dell’inverno 1720-21 per stendere la Regola della nuova congregazione sulla base delle indicazioni ricevute dalla Madonna in una visione.  

Il 12 Aprile 1721 San Paolo della Croce scrive una lettera alla Marchesa di Retorto, Dal Pozzo Marianna Della Scala.  È il giorno del Sabato Santo, la vigilia di Pasqua, che quell’anno cadeva il 13 aprile. Vuole concordare con la Marchesa le date dell’annuncio della parola di Dio nei suoi territori, cioè a Retorto e a Portanova. Le fa presente che non può trascurare la gente di Castellazzo, in quanto sono previsti tanti forestieri per le feste pasquali, quindi per accontentare sia i suoi compaesani che lei, sarebbe stato bene arrivare ad un compromesso. Paolo tenne la “piccola Missione” a Retorto nella settimana dell’Ottava di Pasqua e a Portanova la settimana appresso. Numerosi testimoni hanno affermato che la Marchesa Marianna volle chiedere perdono ai suoi contadini partecipando alla processione di penitenza a piedi scalzi e in devoto raccoglimento.

Ecco il testo integrale della lettera.

Viva Gesù.

Ill.ma Signora, Sig.ra Padrona mia Colendissima,

essendo io impiegato in questo luogo a fare pubblica Dottrina con molto numero di popolo, ed anche forastieri, i quali ansiosi di sentire la Divina Parola si partono dalle loro case per venire qui ad udire le chiamate di Dio; pertanto sapendo per certo, ed essendo informato che in queste due Feste SS. di Pasqua debba venire molta quantità di forastieri per aver pascolo per la sua anima, sono a supplicare V. S. Ill.ma a dispensarmi la venuta collì per altro tempo, quando però non sia ciò pregiudicio e del popolo suo e dei circonvicini, voglio dire, che già non sia sparsa certa nuova della mia venuta collì; che se poi fossero già invitati i popoli, io mi rimetto a far quanto m’ordinerà; in tanto starò attendendo i suoi stimatissimi comandi; nulla di meno se desidera facciamo metà, cioè la seconda festa qui, e la terza e dimani se desidera verrò tutto il giorno procurando arrivar collì sino dalla mattina.      Circa poi al proseguir il triduo o sia ottavario prenderò quel tempo che meglio piacerà a V. S. Ill.ma, onde lasciandola nel Cuore Ss.mo di Gesù, come così tutta la Sua Casa, resto con farli umilissima riverenza dedicandomeli per sempre

di V. S. Ill.ma

Castellazzo ai 12 aprile 1721

Ind.mo Servo

Paolo Francesco

Minimo Povero di Gesù

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