Proverbi

PROVERBI

IJ PROVERBI ‘D FËRSNÈRA 

Raccolti da Giovanni Bisio nel suo DISSIUNŎRI delle parole fresonaresi, gli antichi proverbi del nostro paese sono stati ripresi e riscritti dagli alunni della Scuola Primaria di Fresonara nel calendario ideato per l'anno 2006.

Ad essi sono stati aggiunti (in blu) altri proverbi pubblicati su RA VOS DIR BACËCH Guida prätica a ra lengua ‘d Fërsnèra, nata in occasione del Progetto Regionale Arbut al quale hanno partecipato, unici studenti in tutta la provincia di Alessandria, gli alunni della Scuola Primaria di Fresonara nel 1999. Ricavati da poesie dialettali del sottoscritto, essi rispecchiano fedelmente la tradizione culturale di Fresonara.

Ricorre molte volte il termine bacëch (bacecco), soprannome che da tempo immemorabile è stato affibbiato, per scherno, ai fresonaresi.

Anche le persone più anziane del paese non ne conoscono l'origine, né l'etimologia certa. Tenendo conto che non lo hanno mai saputo dai loro antenati, la parola dunque si perde nella notte dei tempi, quando gli aneddoti e le dicerie raccontano delle guerre a sassate tra bacecchi e tavarnogni (i basaluzzesi) al confine tra i due paesi sulle sponde del rio Acquanera.

Noi abbiamo fatto una lunga e meticolosa ricerca semantica ed etimologica sul termine bacëch, arrivando ad una conclusione che, pur non avendone le prove, riteniamo abbia basi certe per essere esatta. Naturalmente ci guarderemo bene dal diffonderla senza avere la garanzia che ci venga riconosciuta la paternità della scoperta!      

An di nèinta a n'amis:- Ma va a quël pais!

A Fërsnèra, l'amis, o l'è za a quël pais.

 (Non dire ad un amico:- Ma va a quel paese! A Fresonara, l'amico, è già a quel paese) 

Fërsnèra, póca gèint e cativa tèra

e quëj póchi ch'i-gh seuo

iss seuo vansäi dao lamp a dao treuo.

 (Fresonara, poca gente e cattiva terra e quei pochi che ci sono si sono salvati dal lampo e dal tuono) 

Quëj ‘d Fërsnèra i j'heuo vandù ra fëj

pir fä ra pòncia ar campanëi.

Quëj dir Bósch che i l'heuo catäja

i gh'heuo ra pòncia squatagnäja.

 (I fresonaresi hanno venduto una parte delle terre di confine per avere il denaro atto alla costruzione del campanile. I boschesi, che l'hanno acquistata, hanno il campanile con la punta schiacciata)

 Probabilmente questo proverbio si lega ad un fatto realmente accaduto.

Il 1° agosto 1566 Papa Pio V, con la bolla "praeclarum quidem opus"deliberò la costruzione del convento domenicano di Santa Croce a Bosco Marengo. Il progetto fu predisposto da padre Ignazio Danti. Collaborarono Martino Longhi, Giacomo della Porta, Rocco Lurago. Probabilmente in quel periodo i Trotti, feudatari di Fresonara, si rivolsero agli ingegneri di Santa Croce per avere un progetto adatto alla costruzione della torre campanaria di Fresonara, rendendosi disponibili a supportarne le spese. Può essere, dunque, che i Trotti abbiano venduto alcuni loro possedimenti agrari in paese in cambio di denaro per la mano d'opera e il materiale. E ciò spiega l'origine dei primi due versi del proverbio. Da tenere presente che in quegli anni era Vescovo di Alessandria il fresonarese Guarnerio Trotti, eletto alla carica dallo stesso Pio V. Storicamente risulta che nell'anno 1573 lo stesso Guarnerio posasse la prima pietra del campanile della parrocchia fresonarese. Ad avvalorare la tesi del detto non può sfuggire il fatto che il nostro campanile sia la fotocopia di quello della chiesa di Santa Croce. Naturalmente la tradizione vuole che i fresonaresi non accettassero di buon grado lo scherno. Dunque pensarono di concludere il proverbio aggiungendo gli ultimi due versi, a derisione dei boschesi, i quali, vantandosi per avere allargato i confini, non erano riusciti, però,  a far di meglio che avere un campanile con la punta schiacciata. In effetti, data l'enorme mole di Santa Croce, rispetto alla chiesa fresonarese, il nostro campanile sembra molto più slanciato verso il cielo.  

San Róch o fa ra limósna a ra Madóna

 (Letteralmente: San Rocco fa l'elemosina alla Madonna)

 Il proverbio viene citato quando un ricco pretende di avere un prestito da un povero. In effetti, sarebbe come se le modeste entrate del piccolo Oratorio di San Rocco fossero usate per mantenere la più ricca Chiesa Parrocchiale, dedicata alla Nascita della Madonna. 

Campi an testa, dóni an festa, präj pir ra rosä

an stätni mäj a ‘nnamorä.

 (Non ci si deve "innamorare" di campi visti dal bordo, di donne vestite a festa e di prati bagnati di rugiada) 

Quëj dir Bosch i-gh'avo ir gócc,

quëj dir Firiareu i-gh l'heuo s-ciopà

e quëj ‘d Fërsnèra i-gh l'heuo lapà.

 (Proverbio di difficile interpretazione. Letteralmente: i boschesi avevano il gozzo, i frugarolesi gliel'hanno scoppiato e i fresonaresi l'hanno leccato) 

I veuro ‘r sträji lärghi, ma ch'i sajo an s'quël dj'ätri.

(Gli agricoltori pretendono strade larghe per i loro moderni mezzi di lavoro, ma che siano ricavate sul terreno degli altri) 

- Plandreuo d'in bacëch,

‘sa  fät  sota o tecc?

Se ‘t laoràissi, on fusli nèinta méj?

-  E za, acsëj am dägh ra säpa an sij péj...

 (- Pelandrone di un bacecco, cosa poltroni sotto il tetto? Se ti mettessi a lavorare, non sarebbe meglio? - E già, così mi do la zappa sui piedi da solo...)  

D'ampompó om vena in dubi:

o pàisa pì tant in bacëch ó in lubri?

 (Ogni tanto mi sorge un dubbio: pesa di più un bacecco o un libro?) 

In äsi, an qualsissaja pais ch'o väga, l'è dlònch in äsi.

In bacëch assëj.

 (Un asino, in qualsiasi paese si trasferisca, è sempre un asino. Ugualmente per un bacecco) 

Ij bacëchi: da zoni i veuo tuci vèja da Fërsnèra pir preparäss a viv.

Da vègi i veno andrera pir preparäss a morì.

(I bacecchi: da giovani se ne vanno da Fresonara per prepararsi a cercare fortuna. Da vecchi ritornano per prepararsi a morire) 

Prumavàira ina gratàira,

l'està tuta päja,

d'auteuj l'euoa màira,

d'invern an con ra mäja.

 (In primavera i primi frutti, d'estate la mietitura, d'autunno la vendemmia e d'inverno gli indumenti pesanti) 

    PROVERBI ‘D FËRSNÈRA DO DI D'ANCHEUJ 

Da tempo immemorabile l'uomo fa uso di proverbi, sia nella tradizione orale, sia in quella scritta. Spesso è assai difficile risalire all'origine di un proverbio, se esso è transitato dalla tradizione orale alla letteratura o viceversa, se è di origine colta o popolare. Ma forse non è così importante risalire all'origine di un proverbio, quanto piuttosto scoprire le motivazioni che ne hanno determinato la nascita e l'uso. 

Possiamo distinguere due tipi fondamentali di proverbi: quelli normativi e quelli constatativi. I primi indicano delle norme, dei comportamenti da seguire, e hanno spesso lo scopo di indurre in chi li ascolta un comportamento conforme all'enunciazione, pena la pubblica disapprovazione, come: mogli e buoi dei paesi tuoi. È un ammonimento a non ammogliarsi con donne di paesi diversi se si vogliono evitare rischi di matrimoni fallimentari. Il secondo tipo di proverbi induce in chi lo ascolta un atteggiamento di  rassegnazione nei confronti delle avversità della vita: il mare è amaro e il marinaio muore in mare. Questo proverbio, che troviamo nei Malavoglia di Verga sembra invitare alla rassegnazione, a saper accettare le luttuose conseguenze da parte di chi è destinato a fare il pescatore o il marinaio. 

La distinzione tra proverbi normativi e constatativi permette di caratterizzare i ruoli dei protagonisti che li pronunciano. Salvo eccezioni, sono sempre i ceti dominanti che fanno  uso di proverbi normativi, e quasi sempre con lo scopo di ribadire la loro netta supremazia sociale. I proverbi adoperati prevalentemente dal popolo sono di tipo constatativo ed esprimono quasi sempre un senso di rassegnazione sui mali della vita e sulla impossibilità di migliorare la propria condizione. Spesso quindi i proverbi hanno un carattere spiccatamente conservatore se non schiettamente reazionario. 

I poveri e i ricchi li fece il Signore, vale a dire che tentare di cambiare la propria condizione economica e/o sociale equivale ad andare contro la volontà di Dio. Ugualmente vale: Uno deve stare dove la Provvidenza l'ha messo, proverbio unito con un altro altrettanto perentorio: Il povero che fa il superbo sempre male finisce.

Non mancano però i proverbi che accompagnano le stagioni in relazione al lavoro nelle campagne o in mare: spesso rappresentano dei consigli, delle norme dettate dall'esperienza, ed hanno lo scopo di sfruttare al meglio le magre risorse disponibili, per ottenere il massimo dal raccolto o dalla pesca.  

L'uso di quest'ultimo tipo di proverbi non incide però minimamente sugli assetti politico-sociali esistenti e non desta la minima preoccupazione nei ceti dominanti, che non hanno alcuna difficoltà a farne uso. 

In questa sezione tratteremo dei proverbi fresonaresi moderni, cioè di quei proverbi che hanno scortato, mese per mese, il CALENDARIO 2007, anch'esso creato dagli alunni della Scuola Primaria di Fresonara. Sono stati inventati per l'occasione e accompagnano, nella modernità del nuovo millennio, il cammino religioso della nostra comunità, che sa legare, all'antica tradizione, la vita dei nostri giorni.

Si è iniziato, però, con il proverbio più antico sui fresonaresi, quello che potrebbe essere definito il proverbio ufficiale del nostro paese: 

Quëj ‘d Fërsnèra i pëjo o scägn e is seto an tèra.

(I fresonaresi prendono lo scagno e si siedono per terra)

 

Naturalmente detto proverbio era menzionato dagli abitanti dei paesi vicini per canzonare i fresonaresi.

 Da tale premessa nasce immediatamente il primo proverbio riparatore, naturale conseguenza del primo per riportare al giusto livello la nostra astuzia: 

Quëj ‘d Fërsnèra,  s'on gh'è nèinta o scagnët, is sèto an sir mirët

(I fresonaresi, se non c'è lo scagno, si siedono sul muretto)

 

Seguono dodici proverbi, legati al calendario civile, liturgico e del mondo contadino. 

GENÄ

L'Epifanèja da festegiä e ra fióca da fä ra calä.

 (Gennaio: l'Epifania per  festeggiare e le neve per spalare) 

FEBRÄ

Carvä an festa e Senri an testa.

 (Febbraio: dopo la baldoria del Carnevale, la penitenza quaresimale) 

MÄRS

Pruma ‘r Quarantori e peuj ra Cràisma avstji ‘mè siori.

 (Marzo: prima le Quarantore e poi la Cresima vestiti da signori) 

AVRÌ

Dóp ar vanardì ra Päsqua a gh'ha baj d'agnì.

 (Aprile: Dopo il digiuno del venerdì Santo, il pranzo di Pasqua) 

MÄGG

S. Ghirfé da prigä e ‘r masèingh d'andä a tajä.

 (Maggio: la ricorrenza di San Glicerio, poi il taglio del maggengo) 

GIEUJ

Ij vègi dar porteuo, ra Madóna Neuva an porsissieuo.

 (Giugno: gli anziani sul portone aspettano il passaggio della Madonna Nuova) 

LEUJ

S. Gioachéi an sir cär e peuj tuci i veuo ar mär.

 (Luglio: dopo la processione [a Basaluzzo] con la statua di San Gioacchino sul rimorchio, le agognate ferie) 

AVOST

Dóp a S. Róch dl'està o n'armägna anmà pu ‘n tóch.

 (Agosto: dopo la festa di San Rocco [16 agosto] l'estate è quasi finita) 

SITÈIMBRI

Ra Madóna a sórta feura, peuj l'è tèimp d'andä a ra scheura.

(La Madonna dell'8 settembre viene portata in processione qualche giorno prima della riapertura delle scuole) 

OTOBRI

Ra sman-na a camèina: o säb tuci a ra dotrèina.

(I giorni si accorciano e gli impegni aumentano: al sabato pomeriggio inizia il Catechismo) 

NOVÈIMBRI

Santi e mórti da ténsi an mèint, e ra tròmba ar Monomèint.

 (Novembre: la ricorrenza di Ognissanti, la Commemorazione dei defunti e il "silenzio" suonato al Monumento ai Caduti  in occasione del 4 Novembre) 

DZÈIMBRI

Nadäl l'è apèina passà, che l'änn neuv o pònta za.

(Dicembre: Natale è appena passato che il nuovo anno sboccia) 

 diogene